Avvertenza: non voglio convincere i renitenti e i recalcitranti a leggere un libro di cui, dicono, “non sono riusciti ad andare oltre pagina 50”. Pazienza, non sanno quel che si perdono.
Io la prima volta l’ho letto in due giorni, folgorata. Tra quel fine settimana e oggi sono passati, credo, tredici anni e molti altri romanzi, russi, inglesi, americani, francesi e italiani, ma “lui” resta lì, nel cuore, nella mente e nella pancia. E scusate se è poco.
Zinaida E. Serebrjakova, Autoritratto. Copertina del Maestro e Margherita edizione Einaudi
Chi me ne ha parlato per primo mi disse che è un libro che si ama o si detesta dopo poche pagine… è molto probabile che avesse ragione.
Ça va sans dire, io rientro nella prima categoria, perché:
1) è un romanzo profondamente ironico e arguto, in cui l’ironia, sottile o caustica che sia, pervade buona parte delle pagine, con punte di sarcasmo dissacrante potenti come una chitarra elettrica tra le mani di Jimi Hendrix.
2) è un romanzo sulla libertà: di espressione, di parola, di pensiero, di scelta, suicida o salvifica che sia… un libro in cui la libertà può esprimersi nel volo a cavalcioni di una scopa – o forse è un cavallo? – sopra Mosca in fiamme così come nella decisione estrema di ricercare la quiete perduta tra le mura di una silenziosa clinica psichiatrica.
3) è carnale quanto delicato e poetico e dolente, a tratti provocatoriamente grottesco, sa di vendetta feroce come di amore puro, sebbene all’apparenza (quella dei benpensanti) “sbagliato”.
4) i vincenti possono prendere il posto dei perdenti e i perdenti possono vincere, o perlomeno trovare quello che cercano, dipende dal punto di vista di chi legge e di chi lo ha scritto – le categorie della meritocrazia morale non sono intrise di american dream, non per niente l’autore è un russo che scrive in Unione Sovietica negli anni ’20 del secolo scorso.
5) la fragilità e la forza di alcuni personaggi sono universali.
6) il Maestro è l’autore? Di sicuro l’autore è un maestro. Della letteratura moderna. Attraverso un doppio filo narrativo in grado di far nascere un romanzo nel romanzo, dove le atmosfere diversissime della Mosca primi Novecento e della Gerusalemme dopo Cristo si lambiscono.
7) mescola una pungente satira sociale con una serie di eventi surreali, fantastici, evocativi al pari di una rusalka che emerge dalle acque.
8) il Bene e il Male non sono contrapposti con fare manicheo: l’arroganza dei boriosi funzionari mangia-caviale o la vigliaccheria di chi non prende posizione sono punite, ma il Bene non trionfa incontrastato perché il Male è ambivalente, e la verità, se mai esiste, è sempre venata di lunghe ombre.
9) chi tiene le fila degli avvenimenti è nientemeno che Satana in persona, elegante e beffardo, distaccato ma partecipe degli umani accadimenti; al suo seguito un terzetto di accoliti molto particolari, tra i quali spicca un gatto nero con il vezzo di fumare sigari, contraltare comico che senza esitazione alcuna diviene dèmone implacabile.
Alle spalle di Satana-Voland è adombrato Dio, ma la rilettura in chiave laica degli spunti evangelici non annoia i non credenti, anzi…
10) se temete certe lungaggini tipiche di tanti romanzi russi non preoccupatevi: Bulgakov non è Tolstoj né Dostoevskij (senza nulla togliere a nessuno, come potrei, condivido in pieno queste parole di Paolo Nori); nel Maestro e Margherita ci sono sì il delitto e il castigo, gli umiliati e gli offesi, ma la testa la si perde sotto un tram quasi per caso, senza consapevoli, tragici suicidi sotto al treno…
Ecco qua, ascoltando i DeVotchKa finisco il mio decalogo personale sul Maestro e Margherita, che vi consiglierei di leggere nella traduzione di Vera Dridso. Un po’ attempata, magari, ma a mio parere la migliore in giro. Per i tipi dell’Einaudi, che, tra l’altro, fu la prima casa editrice al mondo a pubblicarne la versione integrale.
Zemljanika
