Capita sempre più di rado di innamorarsi di una band e di attendere con ansia ogni nuova uscita della suddetta. Almeno per me è così.
Ma per quanto riguarda Ancient Sky, io vado a colpo sicuro, non ho bisogno di chiedermi se i nuovi pezzi saranno all’altezza dei precedenti, so già in partenza che saranno una spanna sopra, dato che il quartetto di Brooklyn è ormai una macchina rodata, prolifica e proiettata a cannone verso lo spazio. E questo EP da due brani ne è la prova, nessun dettaglio è lasciato al caso: presentato in occasione dell’appena ultimato tour europeo, ci si trova tra le mani una vera chicca in formato vinilico, custodita in un prezioso gatefold confezionato in una lussuosa busta in mylar apri-chiudi; l’artwork che adorna le due ante della copertina è curato da Ryan McLennan, mentre la registrazione dei brani è stata interamente curata dalla band nel loro studio di Brooklyn, grazie alle sapienti mani di Mike Kutchman, bassista e tecnico del suono degli Ancient Sky.
Musicalmente, i due brani si snodano secondo il fil rouge dell’ultimo full length T.R.I.P.S., evolvendosi in una forma meno “post” e più “rock”. Complice il cambio di formazione con l’integrazione di una nuova chitarra solista, la band ha raggiunto una forma più quadrata e delle fondamenta più solide. Per i fans del name-dropping, nomi come Black Angels, Dead Meadow, Other Lives, Black Mountain sicuramente sono d’aiuto per inquadrare il genere, ma il taglio stilistico è personale e ricercato per non essere una mera copia carbone di bands già esistenti e, tutto sommato, già “ispirate” da altri nomi del passato.
Il brano sul lato A, Castle, è un singhiozzato e nervoso rock, energico e tumultuoso, un crescendo che sale dall’intro arpeggiato al riffing di settantiana memoria di strofa e ritornello, fino ad arrivare in rincorsa a franare sul finale sincopato e cacofonico.
Sul lato B invece, Allegory rilegge il mito della caverna di Platone, accompagnandolo al classico riffing degli Ancient Sky e agli ormai tipici sali-scendi di intensità, tra rumore e pacatezza, momenti di introspezione ed aggressività.
Due canzoni, quasi nove minuti complessivi, un assaggio niente male del prossimo disco che, ne sono sicuro, sarà ancora una volta una spanna sopra e che già, in attesa, pregusto.
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