E’ con estremo piacere che accogliamo nella nostra redazione un graditissimo nuovo acquisto, che affiancherà il Cero nell’arduo compito di fornire spunti di riflessione sulla settima arte. Benvenuto Bada! - NdB (nota del Baffo)
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Recentemente mi sono imbattuto in un articolo del Post.it a firma Mario Fillioley intitolato Buttatemi giù dalla torre di Babele (ovvero: del sottotitolo). Tralasciando la prolissità e la supponenza dell’autore o le ragioni che ne muovono la vis polemica (una sterile crociata contro hipster rei di monopolizzare il dibattito culturale con le serie tv americane e portatori di un dogmatismo assoluto pro-sottotitoli), traggo spunto da alcune sue tesi per trattare l’argomento del doppiaggio italiano dei film stranieri al cinema.
Fillioley è convinto che la scelta tra lingua originale sottotitolata e doppiaggio sia basata esclusivamente su un fattore di fedeltà all’opera e si sforza di dimostrare – con argomenti deboli e raffazzonati – come essa sia maggiore nel doppiaggio che nel sottotitolo. Prima di analizzare questo punto, peraltro già brillantemente confutato e sbugiardato dalla comunità di doppiatori nei commenti all’articolo stesso, mi preme dire subito che non si tratta solo di una questione di fedeltà, ma di costituzione stessa della materia in questione. Il film, difatti, è un’OPERA (d’arte o no, comunque “risultato di un’attività diretta a un fine, di un lavoro materiale”) AUDIOVISIVA. Audio e video non sono discernibili l’uno dall’altro.
Dal 1929, anno d’introduzione del sonoro nel cinema, si è abbandonata l’interpretazione in sala della colonna sonora (occorrenza singola) per sostituirla con la replicabilità della colonna audio stampata sulla pellicola di proiezione. Colonna sonora che, tra l’altro, è responsabile di alcuni dei più importanti restauri cinematografici, come Metropolis di Lang nella sua ultima edizione. Grazie ad essa e ad alcune didascalie - tanto simili ai sottotitoli – ritrovati in svariate cineteche mondiali, si è riusciti a ricostruire la versione più vicina all’editio princeps, ossia la prima proiezione del film a Berlino nel 1927, di cui si era perduto traccia. Con il tempo e le varie distribuzioni internazionali, il film aveva, infatti, subito modifiche a causa di tagli, usura, perdita di colorazione, e, soprattutto, scelte di mercato. Da sempre le distribuzioni operano sulle opere filmiche adattandole al pubblico di riferimento, facendone scempio. D’altronde, la preferenza al doppiaggio nel nostro Paese, così come in Spagna e Germania, è la prosecuzione di un’abitudine nata negli anni Trenta sotto i fascismi e imposta dalle distribuzioni straniere per evitare di perdere spettatori. All’avvento del sonoro, la volontà nazionalizzatrice del regime impediva, infatti, la circolazione di pellicole in lingua straniera, la cui distribuzione con i dialoghi sostituiti da didascalie, provocò disaffezione nel pubblico con cali negli ingressi.
Occorre cominciare a pensare in maniera diversa, perché il Paese e il pubblico sono cambiati, l’abitudine all’audiovisivo dal 1895 a oggi è cresciuta e, considerando anche l’aspetto commerciale, il mercato è pronto, pasciuto nella globalizzazione, nella comunicazione e nel multiculturalismo, non solo rispetto ai film anglofoni.
Prima dell’aspetto linguisitico-culturale, è necessario trattare un secondo punto inerente alla costituzione stessa del film, che Fillieloy liquida così:
Eviterò di parlare di recitazione, perché non ne capisco niente. Mi limiterò a sfiorare l’argomento rilevando, da semplice spettatore, che in Italia a doppiare buoni attori ci sono di norma buoni attori (Giancarlo Giannini non lo definirei esattamente un cane).
La recitazione è proprio il nodo centrale del problema: L’ATTORE E’ TANTO IL SUO CORPO E LA SUA FACCIA, QUANTO LA SUA VOCE. La voce non è una proprietà accidentale, ma è parte integrante della capacità e della prestazione attoriale, nonché, di riflesso, del testo filmico stesso. Esistono ovviamente eccellenti attori che non necessitano nemmeno di proferire parola, ma i film muti, caso The artist a parte, scarseggiano negli ultimi ottant’anni.
Non me ne vogliano i doppiatori italiani, che stimo molto – tranne che per la loro appartenenza a una casta di famiglie intrecciate – ma nonostante gli sforzi non renderanno mai bene gli attori originali, per due motivi: i testi sono riadattati sul labiale o sulla cultura di riferimento; NON SONO GLI ATTORI e, soprattutto, NON SONO TANTI QUANTI GLI ATTORI.
Se un doppiatore è bravo, viene scelto per doppiare molti attori. Poiché Amendola era il migliore, siamo cresciuti con Rocky che parla come Rainman che parla come Jake LaMotta che parla come Scarface, che parlano tutti come Il Monnezza. Per poi ritrovarsi, dopo la scomparsa del doppiatore, orfani delle voci di un’intera generazione di attori. Senza parlare di due attori doppiati dalla stessa voce, come Pacino e De Niro: caso emblematico è Heat di Mann in cui Amendola mantiene Bob mentre Al viene affidato a Giannini. Con tutto il rispetto di Giancarlo, che è tutto tranne che un cane, quella non è la voce di Al Pacino… ma in realtà l’unica voce possibile è la sua originale. Poco importa se nel caso di Stallone la bravura del doppiatore italiano supera quella dell’attore e ne contribuisce alla fama. La presunta superiorità della traduzione italiana del romanzo La versione di Barney sull’originale è una vaccata, perché il romanzo, con i suoi pregi e i suoi difetti, l’ha scritto Richler, non il traduttore Matteo Codignola. Se un’opera è scritta male, tale deve rimanere. Il Monnezza rientra invece nel doppiaggio autoriale, ossia voluto dal regista, una forma di autotraduzione intralinguistica sulla quale non c’è da obiettare, poiché parte della creazione originaria. Resta, però, lo straniamento derivante dalla scelta di una voce così conosciuta al pubblico.
A coronare questa parte, due esempi interattivi: prendete una cavia e recitategli il famoso monologo di Rutger Hauer in Blade Runner “Ho visto cose…” Fatelo con serietà e voce profonda. Poi congiungete le punte delle dita a triangolo di fronte al petto, aprite il volto in un ghigno satanico e con la stessa voce scandite “Eccellente”. Sandro Iovino è il doppiatore di Hauer e di Mr. Burns dei Simpson. L’ho testato su mia sorella: non mi ha parlato per due giorni e non riesce più a vedere Blade Runner.
Prova numero due, indicata per chi ammira Clooney non solo per le sue doti attoriali. Durante qualsiasi film col bel George protagonista, cominciate a gridare “E dai, dai, dai, che la portiamo a casa!”. Vi accorgerete all’istante che la libido nella stanza è scesa. Perché PANNOFINO – diolobenedica – NON E’ GEORGE CLOONEY e da quando ha interpretato René Ferretti in Boris ha una riconoscibilità fisica oltreché vocale… (fine prima parte)
Bada
In attesa della parte conclusiva dell’articolo, fatevi un’idea guardando questi due contributi redazionali - NdB
La seconda e ultima parte dell’articolo qui
