Ciao a tutti cari amici del baffo. Sono uno di quei rincoglioniti che nelle vostre serate in quel del Karemaski fa tutti quei simpatici cocktail che vi aiutano con dolcezza e simpatia a gattonare alla fine delle splendide serate passate da noi. Oggi però mi piacerebbe fare una riflessione su quello che a mio avviso è rappresentativo del panorama strettamente legato al contemporaneo e per la precisione al teatro (ma possibilmente esteso a tutte le arti). Da un po’ di anni a questa parte si parla tanto del cambiamento della società e del suo sviluppo nel contemporaneo, nelle arti in genere e nel teatro in particolare. Legata a questo argomento si affronta spesso anche la questione della libertà degli artisti di potersi esprimere e la libertà di “esplosione artistica” che ne consegue; io al riguardo vorrei, da misero non addetto ai lavori ma puramente interessato e fedele fruitore, prendere in considerazione l’altra faccia della medaglia e cioè che la libertà espressiva non dovrebbe ledere la comprensione scivolando piano piano verso un allontanamento dal significato che crea inevitabilmente un senso di disaffezione da parte della componente più importante, ovvero il pubblico.
Dopo aver fatto questa premessa tenterò di spiegarmi meglio. Come tutti sappiamo, esistono molti generi teatrali, tanti anche lodevoli e che poco hanno a che fare con ciò di cui vorrei parlare. Giusto per essere completo nella mia analisi, esistono generi che non sono più propriamente contemporanei, ma che grazie alla genialità e alle idee di artisti intelligenti, riescono sempre a rinnovare e rinnovarsi. Mentre a volte si deve combattere, e non sto usando impropriamente questo termine, con spettacoli (per quanto io creda che il teatro sia sempre buono e cerchi di aprire luoghi della mente e nuove percezioni) che ci fanno letteralmente scervellare alla ricerca di valide chiavi di lettura o rimandi dell’immaginario e della nostra emotività, ma più ci si pensa più il nostro cervello si spappola in una poltiglia di materia grigia informe in preda ai deliri e copiosamente lacrimando sangue arriva alle uniche conclusioni possibili in questo stato vegetativo: o sono stupido io o la tossicodipendenza e i deliri da acidi tipici degli anni ’70 sono tornati in auge.
Fortunatamente per me ho spesso la possibilità di vedere molti spettacoli teatrali, soprattutto contemporanei e quasi tutti accompagnati da descrizioni dettagliate fornite dalle compagnie stesse e dopo aver adeguatamente rimpolpato e consolato il mio già stressato cervello, a mente sgombra e libera, sono arrivato a pensare di non essere del tutto rimbecillito, ma che probabilmente si stanno molto spesso sviluppando due tipi di riflessioni da parte degli artisti, una che sembra puntare tutto sull’estetica del lavoro, con conseguente riflessione sulla vita del regista o degli attori e su argomenti a loro cari – che nel peggiore dei casi si risolvono in astruse riflessioni racchiuse in una riga di un libro composto da settantamila capitoli svolti in ventotto tomi introvabili stampati in sette copie a livello planetario – o, ancora peggio, quando la riflessione si concentra esclusivamente su un movimento o una posizione particolare… in questi casi preparatevi con un contenitore posto subito sotto il naso, perché il nostro encefalo, nel vano tentativo di concentrare tutta l’attenzione sulla scena e su tutti i particolari per scovare il reale significato, con abile mossa alterando il suo stato da solido a liquido attuerà la sua fuga da ogni pertugio e orifizio con sommo dispiacere per le nostre capacità sensoriali.
Con questo non voglio dire che tutti questi spettacoli sono brutti e assolutamente non godibili, anzi, sopratutto a livello estetico si riesce ad assistere a veri e propri capolavori anche emotivamente toccanti, ma spesso si comincia a cadere in una grande pozza melmosa di autoreferenzialità estrema, nella quale purtroppo a navigarci non sono mai soltanto gli artisti.
Sono sempre convinto che quando si guarda e si entra in un teatro, o in un qualsiasi luogo adibito a tale scopo, ci debba essere una sorta di rispetto verso ciò che si vede e verso chi si mette in discussione offrendo ciò che si sta guardando, ma a volte risulta molto difficile arrivare vivi in fondo allo spettacolo e riuscire a strappare un applauso, certe cose non riescono a essere emotivamente coinvolgenti e non sono direttamente comprensibili, anzi a volte l’unico modo per riuscire a capirci qualcosa è prendere in mano i volantini con le spiegazioni che dà direttamente il regista e leggerli, anche se questo non dovrebbe accadere, perché vincolare lo spettatore alla tua visione, sopratutto se si parla di spettacoli che tentano di toccare le nostre corde emotive, non fa altro che distaccare lo sguardo di chi ti sta di fronte per portare in rilievo soltanto una visione vincolata e spoglia delle opinioni e delle emozionisoggettive di ogni spettatore.
Quindi per concludere e tornare a fare un bel po’ di cocktail matti, mi piacerebbe ragionare insieme a voi e come voi dalla parte di chi guarda, riprendere un po’ la forza che ci contraddistingue e rende il teatro ciò che è, cioè qualcosa di diverso da uno schermo di una qualsiasi tv. Uno spettacolo ha certamente una sua forza intrinseca data da chi lo interpreta e dalla mente che lo ha creato, ma la sua riuscita e il suo esito sono necessariamente vincolati a noi, il nostro essere attivi e concentrati su ciò che stiamo guardando fa la differenza nel riportare la dimensione del contemporaneo a ciò che realmente è contemporaneo, ovvero la società e l’avvicinamento a essa, e anche se la chiarezza non è necessariamente un valore primario, perché sennò si farebbe inesorabilmente un grande passo indietro verso un teatro classico – che ha ovviamente un grande bisogno di aria e di innovazione – a volte l’estremizzare questo concetto diventa un grande limite e quindi mi chiedo: oggi come oggi c’è veramente bisogno di tutti questi limiti?
Lunga vita al pubblico, facciamola noi la differenza.
Francesco Pagano
