Temi

Lampedusa e telecamere - parte prima

Dopo le interviste a Simone Duranti sul fascismo e sul razzismo (che riprenderanno presto) e l’incontro con Wu Ming 1 alla presentazione del libro Point Lenana (che, fra i vari temi, affronta la questione del colonialismo italiano in africa) facciamo solo apparentemente un balzo di sessant’anni nel tempo su un argomento di stretta attualità (a dire il vero, attuale da circa una venticinquina di anni) per spostarci in quel braccio di mare che separa unisce le coste nordafricane e mediorentali dalle con le nostre.

In realtà, le tematiche affrontate con Simone sono legate a doppio filo a quello che sta succedendo nel canale di Sicilia. Lo stesso uomo della strada sperando che gli passi sopra un tir, che diceva di non vergognarsi del ventennio fascista - “peccato per l’alleanza con Hitler, eravamo i meglio fichi del bigoncio” , riguardo agli sbarchi dei disperati sulle nostre coste meridionali si produce in saggissimi motti: dal magnanimo “aiutiamoli a casa loro” (già fatto, in Somalia: vengono tutti qui per ringraziarci) al fantasioso “noi laggiù abbiamo fatto le strade” (facilitandoci il lavoro con dell’ottimo gas vescicante).

Naufragio Lampedusa

Uno dei natanti rimorchiati ed abbandonati nelle darsene dei porti siciliani

 

Per uscire dalle chiacchiere da bar e dalle cazzate da social network e marcare le distanze da quelli che “l’Italia agli italiani, Arezzo agli aretini, San Leo ai san leini, Via Edison agli edisoniani” che al momento spopolano sui gruppi Facebook (vedi gallery in fondo all’articolo) abbiamo deciso di (provare a) fare chiarezza sull’argomento. Lungi da noi voler esaurire con qualche articolo la trattazione di una tematica così complessa, ma qualche aggancio in prima linea lo abbiamo.

E’ il caso di questo articolo, che ci dà la possibilità di gettare uno sguardo diretto su quello che succede presso la cosiddetta porta d’Europa, Lampedusa.

L’intervista che ci farà compagnia per qualche settimana è con Francesco Fedeli, nostro socio e soprattutto telecineoperatore che lavora come freelance per Al Jazeera . Presenti Kaisentlaia, Powhatan, Ajabad e la signorinanonminascondodietroaunopseudonimo Laura.

 

Powhatan: Abbiamo pensato alla tua come a una voce fuoricampo che ci potesse aiutare a descrivere in modo oggettivo il davanti e il dietro le quinte di Lampedusa. Questo anche se hai un tuo retroterra culturale e un tuo pensiero. In fondo, sei un po’il braccio di Al Jazeera.

Il girato che tiro fuori da queste situazioni è comunque sempre filtrato dai loro reporter e producer. Al Jazeera sta ancora presidiando Lampedusa in forze, nel senso che vuole produrre una serie di speciali sul concetto di migrazione in lingua inglese e in lingua araba: per fare questo, ha tenuto giù due producer, un reporter e sta alternando i cameramen.

 

Powhatan: Questa rispetto ad altri network è una cosa grossa…

C’è da capire che questa televisione produce anche per quella che potrebbe essere l’altra faccia di una medaglia, per quei paesi che gli immigrati li “sfornano”.

 

Laura: Secondo me tutta questa papagna falsa, anche narrativamente parlando. Interessante è semplicemente il tuo sguardo diretto, la tua esperienza, indipendentemente dal “per chi lavori”, se sei una bella persona o se hai un retroterra culturale. Descrivi la tua esperienza (secondo me, eh) in maniera molto libera.

Sostanzialmente, si fa abbastanza presto. L’esperienza vissuta in questo modo ti dà la sensazione evidente di un abbandono istituzionale e umano di questa gente che non ha pari. Dal punto di vista storico, probabilmente, non sono la persona più titolata…

 

Ajabad: facciamo una domanda secca: che vuol dire arrivare a Lampedusa oggi? Ci descrivi che succede?

Il 3 ottobre (giorno del naufragio n.d.Baffo), sembrava di essere a un carnevale dei media, a un qualsiasi grande raduno mediatico internazionale. Non c’è differenza da un punto di vista di approccio organizzativo, se non per le dimensioni dell’isola, tra il conclave e Lampedusa. Ad esempio, c’erano pochi media statunitensi, perché è considerato un problema assolutamente europeo. L’NBC ha fatto qualche servizio perché trattando il problema dell’immigrazione fra Messico e Stati Uniti, ha pensato di dedicare dello spazio a questo, anche se non ho visto assolutamente il loro materiale.

 

Naufragio Lampedusa

 

 

Arrivare a Lampedusa adesso è una cosa completamente diversa. Ci sono pochissime troupe, sull’isola è tutto chiuso. Vista la frequenza delle navi e degli aerei che portano benzina e gli altri beni di necessità, un decimo rispetto all’estate, la benzina costa due euro e spiccioli al litro. La nafta per i pescherecci a confronto dei 70 centesimi che costa in Sicilia, arriva sopra a un euro. E Lampedusa è vuota. Sono rimasti i militari, sono rimasti i volontari. L’ordine di Malta, onnipresente, e la gente del Centro, che è l’unica che vedi in giro per l’isola, perché, tanto, dove vuoi che vadano? Il Centro è bucherellato, è un groviera. A chi lo controlla non interessa assolutamente. Se non altro, riescono a uscire di lì, a fare un giro, a avere un minimo di contatto con la gente dell’isola e non sentirsi imprigionati tutto il giorno. A loro va benissimo che questi prendano e escano: si girano da un’altra parte e zitti.

 

Ajabad: Quindi Lampedusa è un’eccezione rispetto ai CIE? (Centri di Identificazione ed espulsione n.d.B.)

Secondo me sì. Però, a parte quello di Roma, non ho visto altri CIE: di sicuro quello di Roma è completamente diverso. Di fatto, a Lampedusa, dove vai? C’e la lista d’attesa per uscire dall’isola anche per le partorienti…

 

Powhatan: A Pozzallo abbiamo visto una cosa del genere. I ragazzi con le tute tutte uguali, sembrano operai usciti da un cantiere.

Kaisentlaia: Questo perché quello di Lampedusa, come quello di Pozzallo, è un centro di prima accoglienza, non un CIE.

F. Qual è la differenza tra un CIE e un centro di prima accoglienza, l’elasticità delle maglie?

 

Kaisentlaia. Più o meno sì: al CIE ci va chi ha il decreto di espulsione, invece al centro di prima accoglienza sei appena arrivato[1]

Il rapporto con la popolazione, almeno per quello che ho potuto capire, in questo periodo è diverso dalla situazione del 2011 con i tunisini. Culturalmente, dicono, sono assolutamente opposti ai siriani (sempre ammesso che siano siriani) e agli eritrei, quindi c’è da capire se la peculiarità è la situazione attuale oppure se lo era l’emergenza del 2011 dove, oltre al sovrannumero, ci sono stati maggiori problemi di ordine pubblico. Chi ha vissuto il 2011 ha detto che anche per i media le raccomandazioni erano assolutamente diverse: hanno danneggiato i mezzi dei network italiani, perché avevano paura che venisse rovinata la stagione turistica. Qualcuno, insomma, ha sbroccato.

 

Powhatan: Se ne sono fatti una ragione, ora?

Quando sono arrivato, la Spiaggia dei Conigli era piena. La differenza rispetto ad eventi del passato è che questo è successo a fine stagione ed è durato meno. E’ brutto da dire, ma una cosa del genere può anche, diciamo così, aiutare dal punto di vista economico. Il residence dove stavo io era chiuso e il titolare è partito da Agrigento per riaprirlo.

 

Laura: Probabilmente la crisi in un’isola così piccola è maggiormente sentita e questo può creare nella popolazione una maggiore spinta all’identificazione…Ti trovi per forza a fare una scelta fra “Gli do un puntone o gli do una mano”. In una situazione del genere è più semplice, invece di farsi la guerra fra poveri, aiutarsi, in una metropoli sarebbe diverso.”

I pescatori lampedusani dicono di essere stati accusati di non aver soccorso i barconi in difficoltà, mentre in realtà, dicono, sono state altre marinerie più organizzate e numericamente più forti, con un atteggiamento più “industriale” nei confronti di quello che li circonda.

Sarei curioso di tornarci ora, per vedere cosa è rimasto, perché Sky se ne è andata e i media italiani non hanno intenzione di coprire, assolutamente.

 

Powhatan: Questo nonostante solo ieri (24 ottobre) siano state soccorse 800 persone.

Rientri solo se ti arriva un comunicato con un maggior numero di morti, ormai rilanci sulla quantità, se non hai una volontà di fare un progetto di produzione a lungo termine. Questo, purtroppo, è quello che accade quasi sempre in Italia quando ci si occupa di informazione: la notizia sono i cadaveri.

Io ero quasi sbarcato a Porto Empedocle il giorno che è naufragato il secondo barcone. Normalmente ci avrebbero detto “Ripigli qualsiasi mezzo e torni indietro”. Invece, no.

 

Ajabad: L’effetto mediatico, per essere realistici, è dato semplicemente dal numero delle vittime…

Da un punto di vista di news, sì. Noi siamo arrivati lì come secondo charter: ci hanno caricato la carta e hanno detto “andate”. Eravamo in lista di attesa come primo charter, ma ce l’ha fregato Sandro Ruotolo, con la troupe. Siamo arrivati lì, la nostra producer ha litigato col pilota, abbiamo pagato e siamo partiti. Questo per arrivare là. Per andar via, cazzi nostri. Ti fai dieci ore di nave e scrocchi un passaggio per la troupe a Porto Empedocle, perché non c’è altro modo per andarsene da lì verso qualsiasi altro posto alle nove di sera.

Questo accade perfino per Al Jazeera, che è un network un pochino più “confortevole” da questo punto di vista: a Lampedusa ci vai perché c’è il numero e se la notizia rientra nelle loro corde, diventa un media internazionale. Però, sostanzialmente, all’inizio, sulla “ciccia” numerica non è che si vada tanto per il sottile.

Naufragio Lampedusa

 

Laura: Ma tu sei stato mandato con un incarico, come funziona l’ingaggio?

Loro avevano per caso una reporter in gamba, giù, con cui stavano facendo una copertura di 48 ore sulla crisi economica. Hanno preso e ci hanno spostato lì ad libitum. Devi fare cinque live al giorno e far capire con uno o due servizi al giorno dall’isola quello che succede. Devi raccogliere voci, ti dicono: “Fai come ti pare ma devi avere migranti, istituzioni, il sindaco, chiunque passi di lì per poter dare un’informazione seria da un punto di vista internazionale”. Della battuta di Alfano non importa un cazzo a nessuno, dell’intervista col sindaco, decisamente sì. Della Kyenge sì, ci importa. Per il resto preferiamo un pescatore a un sottosegretario. La fortuna di lavorare per un media internazionale è che tu non segui assolutamente la corrente politica.

 

Laura: Ma ti dicono proprio “Dammi il sangue?” “Fammi vedere la gente che piange?”

Su un argomento di questo genere non c’è stata alcuna pressione, sulla manifestazione di sabato (a Roma, il 19 ottobre), ad esempio, ci hanno fatto rifare il pezzo perché non abbiamo aperto con le immagini degli scontri, ma penso che sia stata più una questione stilistica piuttosto che di sostanza.

 

Ajabad: Visto che la produzione ti ha chiesto di soffermarti su tre categorie: migranti, istituzioni, popolazione, cosa ci dici su di loro?

Partiamo dalle istituzioni. La posizione del sindaco si riassume in due immagini.

Prima immagine: la conferenza di Barroso e Letta, che è stata seguita dal sindaco da dietro le telecamere, che è il posto più infame che puoi trovare. Lei è a casa sua, è la principale referente che ha il polso della situazione e non ha un posto sul tavolo.

La seconda immagine è quella alla base militare: l’uscita, le proteste (dieci persone organizzate, non grandi cose), esce tutto il serpentone, Malmström e via scorrendo. Quindi, almeno tre auto per portare “i nomi” e almeno sei di scorta. Il sindaco esce E se la fa fino all’hangar, a piedi, con 32 gradi all’ombra.

 

Powhatan: Tu hai detto che la Kyenge interessa.

Perché è il secondo politico che vende più all’estero, dopo Berlusconi. E’ la prima volta che c’è una persona di colore in un ruolo di quel tipo e questo in base al producer o al direttore di rete rende un punto di vista politico una questione più personale. Vediamo quello che succede, diamo fiducia a questo personaggio e cominciamo a seguirlo.

Considera che il bacino di utenza è grossotto, anche se non hai una vera e propria sede in africa, la parabola ce l’hanno in tanti.

 

Laura: La cosa drammatica è comunque l’immagine che diamo all’estero. In Italia non ci si chiede se sia o meno competente, ci si meraviglia perché è nera… Immagino che visto dall’estero questo risulti esilarante, se io fossi un arabo o un africano, ci sghignazzerei un bel po’…

Ci sono delle birre in frigo….

Seguite il consiglio, stappatevene una anche voi e mentre pensate al grande ruolo dell’Italia nel risollevare l’umore degli altri paesi, godetevi la tolleranza dei nostri concittadini, ché noi abbiamo da sbobinare un’altra quarantina di minuti…

 

 

 


 

1. http://www.interno.gov.it/mininterno/export/sites/default/it/temi/immigrazione/sottotema006.html