Voci dal Baffo

Come creare un access point e vivere sereni (?)

Se anche i vostri sono così, cominciate a preoccuparvi.

Disclaimer: attenzione, il contenuto del seguente articolo potrebbe risultare verboso, tecnicista e francamente poco utile ai più (come me, fra l’altro).

Ecco, siete stati avvertiti.

Il nostro Circolo (leggasi Gallo e Picinotti, ma questo è un problema che stanno cercando di risolvere con dei bravi psichiatri) non poteva fare a meno di un sistema che permettesse a volontari e soci di poter navigare in tranquillità e godersi una vita virtuale senza fastidiose interferenze da parte di ciò che alcuni nel mondo chiamano realtà/vita vera/occhio che hai la pentola sul fuoco/ricordati che ogni tre giorni è il caso di dormire un paio d’ore: all’inizio della scorsa stagione, dunque, abbiamo stabilito di tirare su un access point.

Il primo problema che ci si trova davanti dopo una decisione del genere è quello delle competenze.

 

Chi metterà mano all’annosa questione della connettività? La soluzione migliore sarebbe quella di affidarsi ad un amministratore di sistema provetto, in grado di ragionare con server, php, tunnelling e autenticazioni, ma poiché ci piacciono le sfide difficili (e soprattutto perché sono gratis, come gli accidenti), meglio incaricare il primo che ha posto il problema perché, come si dice a Isernia, “Chi prima la sénte ncur la tè”. Insomma, mi tocca.

Prima fase: stipulare un contratto con un Internet Service Provider e dare un senso al cavo del telefono che pende in ufficio dal soffitto, triste come una liana senza il suo Tarzan.

Dopo un colloquio con un’azienda locale, individuata con l’intento di utilizzare le risorse aretine, ci siamo resi conto che, nonostante la buona volontà e l’impegno dei nostri interlocutori, se i servizi forniti non sono adeguati alle esigenze, la mistica del territorio è una gran cazzata. Ringraziamo i concittadini e decidiamo di buttarci sul mercato nazionale: una nota compagnia (vergogna, le multinazionali aaahhh, buuuhh, eeehh. Basta.) ci fornisce i mezzi per una mirabolante linea che raggiunge addirittura gli 11 Mbit/s. Poteva andar peggio.

Seconda fase: capire dove mettere le mano.

Del tutto ignaro delle conseguenze di questo nuovo incarico, faccio due carezzine al fido google e mi lancio verso l’ignoto. Che ci vorrà mai?

Dopo ore di ricerche, capisco alcune cose:

  1. google, nonostante le carezzine, spesso morde.
  2. l’ignoto, dopo il lancio, spesso si sposta e si dan delle musate che, guarda.
  3. nonostante (perché in grassetto? così, graficamente era fico) nei vari forum tutti siano supercompetenti e si esprimano con acronimi usciti da una partita di scarabeo particolarmente sfortunata, SI PUÒ FARE. Del resto, non abbiamo certo bisogno delle abilità di QUESTO matto, che con l’access point comanda l’apriporta, le luci e il riscaldamento di un centro sociale.

La scelta cade su un sistema di accounting realizzato da un abile programmatore italiano, Fulvio Ricciardi, creatore di una distro Linux opportunamente modificata, chiamata Zeroshell.

Si tratta di un sistema versatile, in grado di gestire centinaia di connessioni contemporanee e poco esoso in termini di risorse di sistema, con una semplice interfaccia grafica raggiungibile via web e, soprattutto, possibilità di salvare log delle sessioni dei vari client. Quest’ultimo accorgimento è necessario per garantire sonni tranquilli al Presidente e al Direttivo, perché associa in modo univoco un IP a ogni socio connesso e permette di individuare il cazzone di turno che voglia divertirsi a, che so, minacciare di morte il papato intero. In pratica la legge Pisanu sugli access point non c’è più, ma chi fornisce il servizio resta comunque responsabile degli eventuali illeciti commessi: se non si è in grado di indicarne l’autore, son cazzi (immagino che la faccenda sia un po’ più complicata, ma il succo è questo).

Per realizzare il tutto occorrono i seguenti INGREDIENTI

  • Un desktop che non consumi troppi watt e che funzioni da server/secondo router
  • 2 schede di rete e un dispositivo di archiviazione qualsiasi (hard disk, pennetta usb, cd rom e via scorrendo) su cui installare zeroshell
  • 1 access point wi-fi che farà le veci di Access Point vero e proprio
  • Due bei cavoni di rete, di cui uno lungo lungo lungo

Seconda fase: recuperare l’hardware.

In un contesto come il nostro non è difficile chiamare a raccolta i volontari e organizzare una questua di vecchio materiale informatico: nel giro di una decina di giorni, mi ritrovo fra le mani ciarpame elettronico per una buona quintalata.

Stop: [Bramieri mode ON] Un aretino va in Spagna. A un angolo di strada un mendicante gli chiede: “Me la dai una pesèta?” “Mah, sarè una quintalèta” [\Bramieri MODE OFF].
Prima dell’euro faceva ridere tanto, lo giuro.

Vecchi case in eternit, alimentatori a vapore (fischi come a essere allo stadio. A vedere l’Isernia), motherboard con condensatori gonfi come Elvis, con somma gioia della di me compagna, che proprio non vedeva l’ora di avere un garage in cui albergasse un incubo rambaldiano.

La prima configurazione funzionante vede una oscura Soyo K7VTA (cercando su internet scopro che, oltre ad essere una compagnia taiwanese che dal 2009 non fa più componentistica, ma si è buttata sul mercato dei materiali plastici, è anche una città dell’Angola, sapevatelo) con 1,5 gb di RAM, processore athlon XP 2400+, dotata di due schede di rete Gigabit Ethernet e un hard disk da 40 gb su cui far girare il profilo contenente il Captive Portal (la pagina che viene visualizzata al momento di inserire le proprie credenziali per connettersi) e il database degli utenti.

Come Access Point abbiamo recuperato una vecchia Fonera 2100, abbandonata in un oscuro recesso di un armadio per le crisi di amnesia del precedente proprietario (mai inserire le password da briachi), opportunamente personalizzata con un firmware DD-WRT, una sorta di sistema operativo interno (gli addetti ai lavori mi perdonino la forzatura) al router che permette numerosissime opzioni di configurazione.Vorrei, insomma che alla fine uscisse fuori una cosa del genere:

In pratica, il router fornito dall’ISP prende la linea dal magico mondo esterno al nostro locale e la dirige su un pc tramite una scheda di rete (eth1), assegnandogli un indirizzo IP. Il suddetto pc, tramite una seconda scheda di rete (eth0) cambia indirizzo al traffico di rete, assegnandone uno interno (si dice NATTARE, che mondo brutto) e lancia il tutto sulla fonera, cui si collegano soci e volontari.
Un’avvertenza per chiunque si volesse cimentare nell’impresa. È importante recuperare componenti poco esigenti in termini di elettricità. Non è importante la potenza di calcolo, quello che ci serve è veramente poca cosa, ma è fondamentale che sia un sistema stabile e soprattutto risparmioso.Tenete presente che un sistema acceso 24/7 riesce a drenare un bel po’ di kW; un normale pc desktop dei nostri tempi, con un assorbimento di 400w, se utilizzato ininterrottamente, incide per circa 600 euro sulla bolletta in un anno e questo non è per niente bello. Abbattere i costi di cinque o dieci volte è fondamentale, per questo o si comprano componenti Ultra-low-voltage (dai costi piuttosto contenuti), ma comunque al di sopra delle nostre disponibilità economiche (zero ovo) o se ne utilizzano di vecchissimi, che è la soluzione che abbiamo individuato.Ah.

Già.

Ci sarebbe un’altra opzione, visto che il circolo è aperto tre serate a settimana in media: PIGIAREQUELCAZZODIINTERRUTTORE sul server e TENERLOSPENTO dalla domenica al giovedì.

Ma noi siamo così.

Un po’ naïf.

Un po’ chiorboni.

Per ora mi sembra sufficiente: se vi siete incuriositi, aspettate la prossima puntata, dove le cose si faranno un pelino più complicate.

Nell’attesa… Nerd di tutto il mondo unitevi!

 

Powhatan