(l’inizio dell’articolo lo trovate qui)
La situazione peggiora quando trattiamo di film non anglofoni, come nell’estremo caso della cinematografia orientale. “Non sono cretini, sono giapponesi” recitava come un mantra la Gialappa’s commentando le più assurde prove di Takeshi’s Castle. Nonostante l’ironia, niente di più vero: hanno idioma, espressioni, abitudini, fisicità, educazione, rapporti sociali completamente differenti da quelli occidentali, tanto da apparire, ai nostri ingenui occhi, caricaturali, asociali, ridicoli. Tutto ciò peggiora se affibbiamo loro una voce italiana piatta e monotona, che non può rendere la metrica e i cambi d’intonazione del giapponese. Anche l’horror più angosciante in italiano sembra recitato da una teenager isterica, oltre al fatto che la sincronizzazione col labiale risulta per forza di cose approssimativa. È meglio immergersi nei suoni di una lingua sconosciuta, portata da una colonna audio originale e provare col tempo a imparare i suoni di quella lingua, piuttosto che scegliere pigramente di capire un significato scevro dalla sua personale forma. Preferisco imparare a cogliere le sfumature tra un americano parlato da un tedesco emigrato, da un nero dell’Alabama o da un ricco possidente terriero del Mississipi, piuttosto che farmele rendere nella stessa lingua da tre doppiatori bravissimi ma che danno l’effetto di Fantozzi quando parla tedesco.
Faccio due esempi più concreti rispetto a Django. Nel precedente tarantiniano Inglourious Basterds, la distribuzione ha deciso di lasciare in originale con sottotitoli la prima scena in francese, per poi magicamente tradurre in italiano nel passaggio all’inglese, cosa che rende ridicola la scena in cui Brad Pitt e soci si fingono italiani di fronte al poliglotta Waltz. La traduzione rovina la continuità e le scelte registiche. Niente però in confronto a Babel di Iñarritu, pellicola che fa della sincronicità e incomunicabilità linguistica tra luoghi la sua stessa struttura. Qui abbiamo gli algerini che parlano in arabo sottotitolato, i giapponesi che parlano in giapponese sottotitolato, gli americani che parlano doppiati in italiano (nella stessa scena con gli arabi sottotitolati) e i Messicani, che fanno da colf per gli americani, che parlano in friulano. Non scherzo, parlano un italiano storpiato che assomiglia alla cadenza friulana.
Caro Fillioley, è vero: i Lumière non hanno inventato il settimo metodo De Agostini, ma nei 120 anni trascorsi il cinema si è stabilizzato come invenzione, radicato a livello culturale, ha assunto storicità e credibilità nella rappresentazione di idee, di correnti e personalità artistiche, a volte della società stessa che lo produce. Vedere un film in lingua è approcciarsi direttamente a un universo, a una cultura di riferimento e se è vero che non è il suo scopo di partenza, è nondimeno diventata una delle principali testimonianze di una cultura a partire dagli anni Trenta del Novecento, quando i regimi totalitari hanno cominciato a sfruttare i mezzi di comunicazione di massa come propaganda.
Sul versante linguistico, il cinema non nasce per studiare le lingue, ma se oggi l’adattabilità alle lingue straniere e la loro comprensione sono cresciute esponenzialmente, mi sembrerebbe corretto smuoversi dall’autarchia vocale. Non si tratta più di una ristretta minoranza, ma di una crescente generalità che fin da piccolo è abituata a studiare, confrontarsi ed essere circondato da lessico straniero in qualsiasi attività compia, viaggia all’estero costantemente, conosce e si tiene in contatto con persone di lingue, culture e razze differenti. E chi non sa le lingue, povera stella?
Giungiamo così all’ultimo argomento, quello della sottotitolazione italiana, su cui Fillioley si accanisce di più:
Qualunque film, in qualunque lingua sia esso stato originariamente concepito, venga sottotitolato in Italia (e in gran parte del resto del mondo) a partire dal sottotitolo inglese. […] Da chi? Da un cane. No, non solo da un cane. Da una muta di cani. Che si dividono il lavoro. O peggio lo eseguono tramite i traduttori automatici. […]
Citando Luttazzi: cazzata, o stronzata?
Il doppiaggio e il sottotitolo sono entrambi un adattamento linguistico e un sunto ed entrambi possono essere traduzioni buone o cattive. Spesso quando il sottotitolo è fatto male, è la trasposizione dell’orribile doppiaggio italiano, come accade in molte edizioni dvd curate da cani. Ho conosciuto alcuni ragazzi appartenenti alla comunità dei sottotitolatori. A parte il loro status di eroi, perché - LAVORANDO GRATUITAMENTE - permettono a tutti la visione di un prodotto con tempistiche in linea con il resto del mondo, senza sottostare alle folli logiche distributive italiane (vedi film presentati a Cannes usciti da noi la primavera successiva), sono molto bravi e organizzati in squadre, con tanto di revisori. Ce ne sono di più o meno bravi, ma sicuramente migliori di molti dialoghisti adattatori, come quello che nella versione italiana del nuovo Frankenweenie di Burton traduce “the perfect game”, la partita perfetta a baseball, ossia un incontro in cui un lanciatore non concede nemmeno una base agli avversari, con “il punto perfetto”; purtroppo quel dialoghista non aveva mai letto i Peanuts o mai dovuto studiare civiltà statunitense all’università per dialoghisti, perché è risaputo che il cinema è un puro divertissement che non può impegnare il cervello a imparare qualcosa di nuovo, e non una manifestazione della cultura e della società che lo produce, vero? Tra parentesi, il cane di italiansubs aveva tradotto correttamente: deve aver visto per sbaglio il baseball in tv tra una pubblicità dei Ciappi e l’altra. Doppiare bene o tradurre bene i sottotitoli è solo una questione di perizia e industrialità; se la sottotitolazione diventerà la norma, sicuramente il livello qualitativo crescerà.
L’altra falsità da sbugiardare riguarda la pretesa che il sottotitolo rovini l’integrità dell’immagine affaticando la visione; è solo questione di abitudine, chiunque abbia mai partecipato a un festival cinematografico può confermare che dopo un giorno di proiezioni non ci si fa più caso assolutamente. Io sono astigmatico e non porto lenti a contatto; francamente, trovo più fastidioso dover indossare un doppio paio di occhiali per vedere un film in programmazione solo in 3D, piuttosto che leggere dei sottotitoli che comunque rimangono all’interno del mio amplissimo campo visivo costituito dallo schermo (se dessero noia o distraessero dalla visione, per lo stesso motivo non dovremmo utilizzare pellicole panoramiche ma solo in 4:3, per evitare che qualche elemento della narrazione finisca ai bordi del nostro campo visivo).
Infine, se vogliamo prendere in considerazione il lato economico, è vero che negli Stati Uniti, in cui viene sottotitolato quasi tutto, c’è pochissima importazione di film stranieri in percentuale; così come è altrettanto vero che gli U.S.A. sono l’unica realtà industriale cinematograficamente autosufficiente al mondo insieme all’India. Basta leggere qualsiasi manuale di economia e marketing del cinema per saperlo, non c’è bisogno di additare la colpa a scelte autarchiche o antiliberali. Da un punto di vista commerciale, poi, gli studi di G.M. Luyken dimostrano come il doppiaggio sia quindici volte più caro del sottotitolaggio, costo che si riversa inevitabilmente sul prezzo del biglietto di sala o del prodotto home video.
La preferenza accordata ai sottotitoli non si basa, dunque, solo su un’ipotesi di fedeltà all’originale, ma è ontologica, basata sulle proprietà dell’audiovisivo in sé e sull’importanza assiologia della recitazione vocale, culturale, fondata sui cambiamenti geopolitici, sociali ed educativi avvenuti nell’ultimo secolo, ed economica. Al contrario, ci troviamo a elemosinare un briciolo di spazio distributivo per i film in originale, mentre i doppiaggi sono la regola. La mia è un’opinione personale, ma i film dovrebbero essere proiettati solo in lingua, e i doppiatori dovrebbero continuare a fare solo gli attori. Ci arriveremo, per ragioni economiche e di mercato. Con buona pace di Fillioley e di tutti i Signor No per partito preso. Perché in questo Paese siamo indietro in tutto, e da qualche parte bisognerà pur cominciare.
http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2013/01/28/news/film_lingua_originale-51432963/
Contributo della redazione:
Ti piace questo doppiaggio, Fillioley?
