Succede di entrare in un bar, il 26 gennaio.
Succede di carpire una conversazione fra gli avventori (difficile farne a meno, visto il contenuto e l’altissimo tono di voce).
Succede che si parli di crisi, di banche e di problemi di tutti i giorni.
Succede, però, di ritrovarsi all’improvviso nel 1939 o poco più in là.
Succede di guardarsi intorno e di risultare parzialmente rassicurati dal non vedere nessun cartello “Qui non si parla di politica”, mentre il caffè sa di caffè e non di cicoria tostata.
Ok, l’anno è quello giusto, è il 2013, non siamo precipitati in alcun wormhole, ma è assolutamente reale quel deficiente che, alzando gli occhi dal giornale, bercia sguaiato:
“Ah, ma tanto si sa tutti di chi è la colpa della storia del Monte dei Paschi! È di una sola razza, gli EBREI!”.
Lo guardiamo sbigottiti, sono situazioni in cui è anche difficile trovare qualcosa da replicare, il cervello è lì che ancora non si capacita di quello che ha sentito per avere le forze sufficienti ad elaborare una risposta.
Succede che il tizio continui, mentre gli lanciamo sguardi di fuoco, e dica anche:
“E poi, con questa giornata della memoria hanno rotto il cazzo, so’italiano io, mica tedesco, non mi devo vergognare di nulla.”
Ormai la frittata è fatta, il sangue va in ebollizione e la colazione, rovinata, cede il posto a una serie di urla da parte nostra, felicemente riassunti nell’espressione “ITALIANI BRAVA GENTE DE ‘STO CAZZO”.
Poi, con l’adrenalina a mille, rientrati a casa, se ne discute. Perché una persona normale, non certo un campione di elaborazione politica, ma comunque uno che mai prima di allora si era distinto per particolari frasi razziste o per simpatia con il duce che fu, si lascia andare a queste esternazioni?
Serve a qualcosa una giornata della memoria?
Dopo l’anti-antifascismo siamo allo sdoganamento completo del Ventennio e al totale travisamento della storia del secolo scorso?
Succede poi, che il 27 gennaio, Giornata della Memoria, una persona che ha governato questo paese a lungo, anzi, troppo, si esprima così:
Andiamo dunque da chi di storia ne sa e, con la scusa di una cena fra amici, decidiamo di invitare a casa nostra Simone Duranti, docente presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa per fare una chiacchierata/intervista e capire cosa stia dietro alla frase “io non mi devo ricordare di nulla, non sono mica tedesco”.
Con questo articolo ha inizio un percorso che ci accompagnerà per i prossimi tre mesi, fino al 25 Aprile, a cadenza più o meno regolare. Sarà un argomento di sicuro meno “leggero” di quelli che siete abituati a leggere sulle pagine de “Il Baffo”, che proveremo comunque ad affrontare in modo diretto e senza retorica.
Ore 19:00, martedì 29 gennaio, tutto è pronto per accogliere il Prof. a casa di Powhatan e Kaisentlaia (Zemljanika ci raggiungerà più tardi), in rappresentanza del Karemaski.
Dopo aver stabilito rigidamente i tempi della serata, “Prima si chiacchiera, poi si mangia” e dopo una breve digressione musicale sui Telefon Tel Aviv (non è che uno storico stia tutto il giorno gobbo sui libri e in archivio), partiamo col descrivere l’episodio del bar e ci lanciamo nel cuore della questione.
«Non so se ci ha colpito di più la frase sulla responsabilità ebraica sulle vicende bancarie nostrane o l’arbitraria esclusione di responsabilità italiane nelle politiche di sterminio del nazifascismo. In molte pagine su internet si possono trovare affermazioni di questo genere, non solo su siti che fanno dell’apologia del fascismo un loro tratto distintivo, ma anche in più “innocui” (ma quanto?) siti di “controinformazione” dove spesso si ravvisa odore di complotto giudoplutomassonico (ammicco ammicco “Tanto sotto sotto ci sono sempre loro”) o, peggio, si mescola il cazzo con le 40 ore mettendo insieme avvenimenti tragici divisi da decenni. Come se sminuire il peso della shoah possa avere uno strano effetto bilanciante nei confronti del conflitto israelo-palestinese e delle ingiustizie subite dai civili nella striscia di Gaza e a Gerusalemme Est, generando uno sciocco parallelo alla “e allora le foibbbe????” di guzzantiana memoria»
Questa è la dimostrazione più evidente della ricaduta che sulla società italiana hanno avuto politiche della memoria, o meglio, della smemoratezza, che sono state incentivate, se non promosse, per decenni, da una serie di politiche di stato o politiche culturali promosse da diversi enti, associazioni, strutture private. Questo significa che ci sono subito, fin dal dopoguerra, movimenti di opinione, giornali e strutture che cercano di dare del fascismo un’immagine edulcorata in una fase in cui era ancora poco proponibile farne una rivalutazione.
«Non si può rivalutare il fascismo, ma intanto partiamo da qui»
Sì, arrivare oggi a dire che il fascismo ha fatto delle cose buone, come ha fatto l’ex Presidente del Consiglio, è la risultante di un percorso che all’inizio si basava su un altro aspetto: non si poteva dire una cosa del genere nel ‘48-‘50, ma quello che si poteva fare era cercare di limitare, con una evidente operazione di censura, tutta una serie di responsabilità del Ventennio e quindi cercare fin da subito di mettere in evidenza la differenza tra il fascismo tedesco e italiano, evidenziando la radicalità della politica repressiva e ideologica del nazismo rispetto al sistema “da operetta” o “all’italiana” del nostro fascismo.
«Quali sono le motivazioni che stanno alla base di questa volontà di rimozione? C’è il tentativo di non delegittimare una classe dirigente che sostanzialmente rimane la stessa anche dopo la caduta del fascismo? O c’è un vero e proprio progetto di sdoganamento del fascismo come primo passo per un’ipotetica futura alleanza in chiave anticomunista o comunque contro il blocco delle sinistre? »
Le cause sono tante: la situazione da analizzare è molto complessa nel lungo dopoguerra italiano. In Italia si deve partire dal presupposto, dalla constatazione piuttosto disarmante, piuttosto triste, che esiste una scarsa consapevolezza delle caratteristiche costitutive del fascismo e delle responsabilità che il fascismo italiano ha avuto a livello non soltanto interno ma a livello internazionale. Questo significa che nel momento in cui, alla fine della seconda guerra mondiale, l’Italia deve essere inserita come la Germania Occidentale all’interno del blocco occidentale al quale si contrappone il blocco del Patto di Varsavia, visto che sul nostro confine triestino hai immediatamente il confine col blocco orientale, devi impostare una politica non tanto di conciliazione quanto di rilegittimazione dello stato nuovo, in funzione di vicinanza con l’Occidente.
Qui si potrebbe immediatamente aprire una disquisizione sul “Ma non è vero che la nostra Costituzione, che il nostro processo costituente è improntato all’antifascismo?” Certamente, è la risposta. Il problema è che dobbiamo essere ormai consapevoli, a distanza di decenni da quel processo costituente, che in mancanza di una epurazione, senza una sincera resa dei conti con tutta una serie di pezzi dello stato e del parastato, dell’economia, della finanza, della magistratura, non abbiamo mai portato il ragionamento nei confronti della punizione del fascismo a un livello tale da sgombrare il campo da possibili contaminazioni tra il passato fascista e la ricostruzione di un dopoguerra immune dal fascismo. Pensiamo a uno dei casi eclatanti: la politica estera italiana. La diplomazia italiana non vede nessuna epurazione. Coloro che hanno fatto gli ambasciatori di Mussolini contribuendo alla destabilizzazione e al crollo della Società delle Nazioni, allo scatenamento della guerra mondiale, alla collaborazione in Spagna e, un altro aspetto fondamentale, alla distruzione degli equilibri internazionali attraverso l’occupazione dell’Etiopia fanno parte di un personale diplomatico cresciuto durante il ventennio mussoliniano cui nessuno ha posto alcun tipo di domanda, cioè, nessuno ha sollevato un dito per dire “Scusi lei, cosa faceva come ambasciatore a Ginevra, a Tokio o a Parigi nel 1936?”.
Detto questo, si potrebbe bere anche un bicchiere di vino
A questo punto anche noi facciamo una pausa.
Ci rivediamo fra qualche giorno, per la seconda parte. Se siete arrivati fino a qui, vuol dire che l’acronimo TLNR (Too Long, Not Read) non significa niente per voi…
Kaisentlaia, Powhatan e Zemljanika
Continua qui
