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Quando la giornata della memoria diventa la giornata dell’Alzheimer - 3 - Muscoli e antiantifascismo

Gli alunni Berlusconi, Brunetta e Lombardi al corso di recupero in storia contemporanea

Qui trovate la seconda parte dell’intervista…

L’europa democratica non è necessariamente antifascista. All’interno di società democratiche esistono conservatori di estrema destra che presentano un filofascismo piuttosto dichiarato. Daladier, primo ministro francese, è uno dei personaggi che più incarna la vicinanza con il fascismo mussoliniano negli anni ’30, contrapposto a Leon Blum, chiamato l’Ebreo Blum, presidente socialista e capo del governo durante il periodo del Fronte Popolare. Quando in Francia, con le elezioni del ’36, vince il cartello delle sinistre, vince con una critica a una destra che viene da settori estremamente autoritari. In Francia esistono infatti movimenti ultracattolici di destra oppure dell’area laica conservatrice che sono molto più filofascisti che non filo-fronte popolare. Lo spartiacque grande sarà ovviamente il trauma continuato dell’immagine della Germania che ti invade e quindi è comprensibile che, quando Mussolini stabilisce un patto d’acciaio con la Germania, l’Italia rappresenti un altro degli elementi di minaccia per eccellenza per la società francese. Questo non toglie che larghi settori della società francese guardino all’Italia di Mussolini come ad un qualcosa, se non praticabile in patria, di tollerabile a livello internazionale.

Una delle cose su cui spesso si riflette poco è che gli anni fra le due guerre sono giustamente definiti anche età della crisi”, non solo per quella del ’29, ma anche perché la fine della prima guerra mondiale ha posto sullo scenario internazionale il problema delle società di massa. Ormai ogni nazione presenta un’opinione pubblica: non è più il 4% della popolazione di un paese ad avere diritto di voto. Alla fine della prima guerra mondiale crollano gli imperi, crolla l’Austria, crolla la Prussia, incominciano ad affermarsi i partiti di massa, in Germania si dà il voto alle donne. Quelli sono anni in cui l’opinione pubblica ha un peso e quindi anche nei paesi autoritari non si comanda solo con il bastone, ma si comanda anche con il convincimento: devi discutere con la tua popolazione.
Allora, questo dovrebbe rimanere centrale, per i fascismi esistono due strumenti per affermarsi a livello di immagine in patria:

1) Un aspetto è che si fa propaganda attraverso gli aspetti economici: negli anni ’20/’30 esiste la critica da sinistra su un capitalismo che ha distrutto, con la crisi del ’29, gli equilibri internazionali e, ovviamente, l’economia e un altro tipo di critica, cosa comprensibile, che da destra prende di mira le “aberrazioni” del bolscevismo. L’Italia si presenta con il corporativismo come terza via.

2) L’altro aspetto è quello della politica di potenza: far capire alla tua popolazione che puntare sulla politica estera è il modo per diventare autorevoli. I fascismi non si riescono ad affermare secondo una politica di pace, ma rilanciano il bellicismo al punto tale che in Italia si arriva a stabilire per legge, nel 1935, un principio fondamentale per il partito, che deve informare tutti, dall’università, ai giornali, alla cultura: “L’Italia nazione militare

Proprio poco tempo fa, su Rai Storia o in qualche altro documentario sull’attività di propaganda da questo punto di vista, si mostravano dipendenti statali sistemare le bandierine, tipo Emilio Fede, su gigantesche cartine dell’Etiopia nelle piazze e in altri luoghi pubblici

Questa cosa si faceva a scuola, alle elementari: è pieno di persone che ti possono raccontare che entravano in classe e il maestro aveva la carta dell’Etiopia su cui segnava l’avanzamento delle truppe italiane. Questo, ad esempio, non si fa per la Spagna, quella spagnola è una guerra “segreta”, si parte di notte in borghese per andare là…

Anche da Arezzo…

È piena la città di gente che ha nonni, bisnonni che hanno sganciato le bombe come avieri in Spagna…

La politica estera, quindi, ha un ruolo di primo piano: questa è una grande conquista culturale di Salvemini e insieme a lui di Tasca, fra i primi a rendersi conto che la politica estera è usata e spesa dai fascismi come merce di consenso per la politica interna. Tu utilizzi una politica aggressiva verso gli altri per dimostrare la potenza e lo sciovinismo verso il tuo popolo, un popolo che non arriva nella sua maggioranza a mettere in crisi il pacifismo e ad arrivare ad affermare che il pacifismo non è una cosa buona. Si arriva a conquistare una popolazione sul mito di potenza e su questo il fascismo è corruttore a livello culturale: il fascismo riesce a far capire che noi andiamo in Africa Orientale a spaccare le reni al Negus e ugualmente lo faremo in Grecia e Spagna, perché il fascismo è muscolare.
Il fascismo educa la gioventù alla guerra e alla violenza. Questo è un modello. La politica di guerra come politica di consenso in patria.

Il problema è, però, che stiamo parlando di una serie di questioni che puoi snocciolare in fila ad un convegno, ma che non faranno mai parte del bagaglio culturale dell’italiano medio.

È difficile che il vostro zio ipotetico di 60 anni, che è nato nel dopoguerra, possa avere nei confronti del fascismo un’opinione che sia frutto di conoscenza e non di fazione. Perché quello che senti dire al bar è il frutto di frasi riportate per qualunquismo, oppure per scontro ideologico. Ad esempio, vieni da una formazione familiare in cui l’antifascismo non lo sopporti perché antifascismo=comunismo, allora, per reazione, tu, stupidamente, consideri l’opposto dell’antifascismo un qualcosa di positivo anche se non hai la benché minima idea di che cosa sia. Il punto fondamentale è che a livello storiografico si è creata negli ultimi quindici anni una categoria nuova, che prima non esisteva e potrà far sorridere, l’antiantifascismo. Questo significa semplicemente dire: io, indipendentemente da quello che penso del fascismo, mi sono rotto le scatole, ho una repulsione viscerale nei confronti della retorica dell’antifascismo. Perché non avendo mai conosciuto il fascismo, non sapendo capire le colpe che esso ha avuto, le responsabilità storico-culturali, sociali, economiche, io mi trovo di fronte a un discorso in cui, da benpensante, da italiano medio, ritengo che chi si metta su posizioni barricadere da antifascista e vada con un vessillo in un giorno stabilito a rilanciare la propria posizione antifascista, rappresenti un qualcosa di poco decoroso, se non di incomprensibile, e in quanto tale fastidioso. Oltretutto, questa posizione non tiene conto neanche che l’antifascismo ha al suo interno tutta una serie di coniugazioni che si sono perse: l’antifascismo azionista di Giustizia e Libertà, l’antifascismo dello PSIUP di Lelio Basso…

Questo impoverimento culturale come si riflette sulla tua attività?

È difficile parlare nei giorni celebrativi, in quei giorni deputati in cui ti chiamano a parlare. Quando non fai ricerca, spesso fai divulgazione in queste forme e ti rendi conto che sempre più spesso ti trovi di fronte a una sorta di involuzione tale che non ha senso che io parli di leggi razziali o di lager, quando un paese non sa o non vuole prendere coscienza delle proprie responsabilità. Per fare un esempio, la pietra angolare della repressione che imposta il fascismo è il Tribunale Speciale, sistema penale attraverso il quale si stabilisce il confino, un sistema repressivo che un Presidente del Consiglio ha definito “andare in villeggiatura”. Se il capo di governo di una nazione che nel passato ha usato il confino come arma politica per far sparire dalla società i dissidenti, arriva a dire cose del genere, è difficile che tu possa impostare un ragionamento coerente con la popolazione e dirgli “noi siamo quelli che hanno collaborato al sistema della deportazione”.

Nella migliore delle ipotesi troverai qualcuno che al bar, giustamente dal suo punto di vista, ti dice “quella è roba tedesca”, al massimo abbiamo fatto due cose sbagliate: la guerra mondiale e l’alleanza con Hitler.
Questo è quello che comunemente si diceva nel nostro paese fino a tutti gli anni ‘90 compresi (in Italia dal 2000 è stata istituita la Giornata della Memoria), aggiungendo che a parte queste due scelte sbagliate, il fascismo non era stato poi tutto questo gran male.

E qui partono già le prime considerazioni discordanti da fare.

Abbiamo discusso finora del fatto che la politica estera italiana è quella che ha distrutto gli equilibri internazionali, quindi è strutturale, non è episodico, che l’Italia contribuisca allo scatenamento della seconda guerra mondiale.
Non è che l’Italia è un giardino fiorito, politicamente parlando, un luogo di civile convivenza, che di colpo si allea con Hitler e da lì parte una stagione irrazionale di vocazione alla guerra. Pensate che il fascismo prende il potere nel ’21. Bene, nel ’23 ci sono i fatti di Corfù: Mussolini manda le navi e occupa Corfù e le isole della Grecia. Lo fa così perché dice: “Corfù si piglia noi”. Quando senti la frase “Italiani, una faccia una razza”, è roba che dicevamo in giro quando mandavamo là, alla testa delle truppe. il Maresciallo Graziani. Tutto questo negli anni ’20 e ’30.

Dopo il 2000 si scopre la “produttività” del giorno della memoria, al punto tale che oggi lo stesso personaggio di allora, che una volta avrebbe detto “Il fascismo ha fatto cose buone, però poi si è alleato con Hitler” oggi ti dice “il fascismo ha fatto tante cose buone, peccato che poi ha fatto un’alleanza con Hitler, abbiamo fatto la guerra mondiale, leggi razziali e abbiamo contribuito alla deportazione”. Cioè, se io imposto nei prossimi dieci anni una politica di stato in cui comincio a martellare, a insegnare nelle scuole che le persone non possono subire un’occupazione ed essere schiavizzate in Etiopia, probabilmente io arriverò ad avere il solito benpensante che fra dieci anni mi dirà: “Il fascismo ha fatto cose buone, peccato che a un certo punto ha fatto la politica anti-africana e si è posto nei confronti dei neri in atteggiamento razzista”.
ll problema è che a forza di dire peccato, peccato, peccato, non si capisce la strutturalità del razzismo per il fascismo. Il fascismo, al suo interno filosofico culturale ha bisogno di un nemico.

È fondamentale far capire a uno studente o a un cittadino qualunque che il fascismo rappresenta un tentativo di definire sé stessi attraverso la negazione: io non so dire chi sono io, ma so dire chi non sono. Io non sono comunista, io non sono socialista, io non sono ateo, non sono nero, non sono giallo… Se il fascismo ha bisogno di nemici significa che il fascismo, culturalmente, si basa sulla ricerca dello scontro. Il fatto che questo non sia chiaro alla coscienza di un paese significa che abbiamo avuto politiche di stato che hanno cercato di ridimensionare questo aspetto, anche grazie alle politiche di comunicazione televisiva, attraverso l’occupazione scientifica degli spazi culturali, in barba a quello che si sente dire da quando siamo nati, cioè che la cultura era di sinistra in questo paese.

Controlla in qualunque elenco dei governi italiani, controlla se la DC ha mai ceduto la Pubblica Istruzione.

Controlla la presidenza RAI in mano a chi è stata per tutto il dopoguerra, le biografie si trovano.

Vai a vedere chi ha contribuito a fare i programmi di storia, guarda i nomi, guarda le persone e da lì capisci come s’è fatta una politica di stato.

Che poi ci fosse una cultura del libro, del giornale, legata alla sinistra genericamente parlando, non necessariamente al PCI, o comunque una letteratura e una cultura antifascista, è evidente, è nella logica delle cose, ma che questo abbia rappresentato un’egemonia culturale è assolutamente fuori luogo.

E la conclusione di questo ragionamento è che l’Italia è il paese che ha inventato il fascismo ed è il paese che ha meno consapevolezza di che cosa significhi il fascismo e di cosa questo abbia rappresentato.

E ora si mangia, continua nella prossima puntata.